Intervista

Perché gli imprenditori sanno cosa fare, ma spesso non lo fanno

Chi fa impresa lo sa bene: libri, corsi e consulenti non mancano. Le regole per gestire meglio un’azienda, costruire un clima sano e guidare i collaboratori con metodo sono ormai patrimonio comune. In teoria, quasi ogni imprenditore le conosce.

Eppure lo schema si ripete sempre uguale: si torna da un corso motivati, con l’agenda piena di appunti e buoni propositi. Poi passano pochi giorni e tutto torna come prima.
Le urgenze divorano il tempo, le riunioni si trascinano senza risultati concreti, la gestione delle persone resta affidata più all’improvvisazione che a un vero metodo.

La domanda, a questo punto, è inevitabile.

Perché gli imprenditori “dimenticano” ciò che sanno?

Le azioni fondamentali per guidare un’azienda in modo sano sono note a tutti. Eppure, troppo spesso restano solo intenzioni mai trasformate in pratica.

Tra le più frequenti:

  • definire obiettivi chiari e misurabili, invece di muoversi solo tra emergenze

  • controllare i numeri dell’azienda, non solo il fatturato ma anche margini, flussi di cassa e produttività

  • delegare davvero, lasciando autonomia ai responsabili

  • ascoltare i collaboratori con momenti di confronto reali, non solo comunicazioni rapide

  • investire nella formazione continua, tecnica e organizzativa

  • fare riunioni strutturate, con un ordine del giorno e decisioni finali

  • ritagliarsi tempo per la strategia, pensando al futuro dell’impresa

  • coltivare una vera cultura aziendale, fatta di valori e coerenza

  • gestire i conflitti in modo adulto, senza evitarli o esplodere emotivamente

Tutti sanno che queste azioni funzionano. Il problema è un altro: perché non vengono fatte con continuità?

Non è mancanza di tempo: è un blocco più profondo

La spiegazione più comoda è sempre la stessa: “Non ho tempo”.
Ma il tempo, in realtà, è una scelta di priorità. Se certe attività finiscono sempre in fondo alla lista, significa che esiste un ostacolo più profondo.

Spesso il vero limite non è organizzativo, ma interiore.

Le vere cause: paura, controllo e autoinganni

Dietro l’incapacità di cambiare abitudini manageriali si nascondono spesso fattori personali:

Paura del giudizio

Cambiare significa mettere in discussione ciò che si è fatto fino a ieri, e quindi mettere in discussione se stessi. Un passaggio che può ferire l’ego.

Bisogno di controllo

Molti imprenditori confondono il controllo con la sicurezza. Non fidandosi davvero dei collaboratori, accentrano tutto, restando intrappolati in una routine di micro-decisioni.

Ferite del passato

Tradimenti, delusioni o errori vissuti in passato portano a irrigidirsi. Vecchie cicatrici continuano a influenzare le scelte presenti.

Bias cognitivi

La mente non è neutrale: sottovalutiamo i rischi, sopravvalutiamo le nostre capacità e ci raccontiamo storie rassicuranti. È l’illusione del “so già come andrà a finire”.

Autoboicottaggio

Crescere significa affrontare parti di sé scomode. Alcuni imprenditori, inconsciamente, preferiscono restare nel caos che conoscono piuttosto che attraversare un vero cambiamento.

La vera sfida dell’imprenditore: guardarsi dentro

Cambiare davvero il modo di fare impresa non significa accumulare tecniche, ma avere il coraggio di lavorare su se stessi.
Significa mettere in discussione il proprio carattere, le rigidità e gli schemi mentali che guidano le decisioni quotidiane.

Molti imprenditori raccontano di aver fatto passi decisivi non dopo l’ennesimo corso di management, ma dopo un lavoro più profondo su di sé, affrontando le proprie paure e incoerenze.

Perché, alla fine, l’azienda è lo specchio di chi la guida.
Se dentro ci sono confusione, rabbia o paura, lo stesso clima si riflette nei numeri, nei collaboratori e nei clienti.

La domanda giusta non è “cosa fare”, ma “chi diventare”

A questo punto, la domanda cambia forma.
Non è più: “Cosa dovrei fare per migliorare la mia azienda?”
Ma piuttosto: “Chi devo diventare per riuscire a farlo davvero?”

È lì che inizia il vero percorso di crescita imprenditoriale.

a cura di Fabrizio Cotza - Imprenditori Sovversivi